Uriel Fanelli

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Uriel Fanelli@uriel@x.keinpfusch.net2026-08-30T01:06:26Z
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La lettura politica, secondo me, è questa: Meloni sta cercando di ricalibrare il rapporto con Trump senza rompere con lui, ma anche senza continuare a investire capitale politico in un rapporto che non sta rendendo quanto sperava.

Il dato importante non è tanto «Meloni salta l’ONU». È la frase implicita: “vado a New York se lì c’è qualcosa che vale davvero il viaggio”, e quel qualcosa sarebbe un vertice convocato da Trump. Repubblica la legge come una gerarchia di priorità: il multilateralismo ONU passa in secondo piano rispetto alla relazione diretta con Washington.

Ma c’è una seconda cosa, probabilmente più importante. Solo pochi giorni fa Meloni ha detto al New York Times che con Trump pensava sarebbe stato «più facile», date le convergenze su immigrazione e cultura woke, mentre invece «le cose sono andate diversamente». ANSA conferma il senso di quelle dichiarazioni.

E questo arriva dopo una vera frizione. A giugno Trump aveva accusato pubblicamente l’Italia di essersi «comportata molto male»; Meloni aveva ordinato al governo di abbassare i toni e dichiarato chiuso il caso. Repubblica descriveva già allora un lavoro diplomatico per ricucire.

Quindi metterei insieme i pezzi così:

La strategia originale di Meloni era essere il ponte privilegiato fra Europa e Trump. Aveva una posizione quasi ideale: destra conservatrice, atlantista, governo stabile, buoni rapporti con Bruxelles e affinità ideologiche con il trumpismo.
Trump però non sembra averle riconosciuto automaticamente quel ruolo. La comunanza ideologica non si è trasformata in una relazione bilaterale prevedibile. Meloni stessa ormai lo dice apertamente: credeva sarebbe stato più facile.
Di conseguenza sta passando da una politica del “sono naturalmente la vostra interlocutrice europea” a una molto più transazionale: se Trump offre un'occasione diplomatica concreta, ci sono; altrimenti non consumo capitale politico per fare presenza.

E qui la questione ONU diventa simbolicamente interessante. Per un capo di governo europeo, l'Assemblea generale è normalmente una gigantesca occasione diplomatica anche indipendentemente dal discorso in plenaria: incontri bilaterali, G7/G20 informali, dossier regionali, networking diplomatico. Quindi dire «forse non vado, a meno che Trump riunisca i leader» non significa davvero che non ci sia niente da fare a New York. Significa che Palazzo Chigi potrebbe considerare insufficiente il ritorno politico di quelle attività rispetto ad altre priorità.

C'è poi una lettura ancora più sottile.

Se davvero Meloni vuole organizzare un viaggio separato a Washington, magari associandolo alla presentazione del suo libro, come scrive Repubblica, allora potrebbe voler evitare di incontrare Trump semplicemente «a margine dell'ONU».

Un bilaterale alla Casa Bianca comunica:

Trump riceve Meloni.

Un incontro nei corridoi dell'ONU comunica:

Meloni incontra Trump insieme ad altri venti leader.

Per una premier che deve ricostruire pubblicamente l'immagine di un rapporto privilegiato, non è la stessa cosa.

Per questo non leggerei la vicenda principalmente come anti-ONU. La leggerei piuttosto come segnale di una difficoltà nella strategia internazionale di Meloni: il suo grande vantaggio competitivo in Europa doveva essere quello di poter parlare contemporaneamente con Bruxelles e Washington. Se il canale Trump smette di essere privilegiato, una parte importante di quel vantaggio scompare.

Ed è probabilmente questa la frase più significativa di tutta la storia:

«Pensavo che sarebbe stato più facile.»

Perché equivale quasi all'ammissione che l'affinità politica non ha prodotto l'influenza diplomatica prevista.

E da quel punto di vista, il «vado all'ONU solo se Trump...» potrebbe essere letto persino al contrario di come suona: non come dimostrazione della forza del rapporto Meloni-Trump, ma come indizio del fatto che Meloni sta cercando un'occasione per rimettere in piedi un rapporto che si è deteriorato parecchio.